Come un fango buono

Come un fango buono

Come un fango buono

Sabato mattina ho incontrato per lungo tempo il mio padre spirituale, uomo di Dio alla cui santificazione do una buona mano, attraverso l’esercizio della pazienza a cui lo sottopongo; devo a lui queste mie riflessioni che condivido ora con voi. Nel pomeriggio sono stata finalmente dal parrucchiere, per fare tinta e taglio. La sera pensavo contenta: oggi giorno di grandi pulizie, dentro e fuori!

Ottobre tempo di venti, cambi di stagione e spolvero di armadi… ma se ci pensiamo bene tutta la nostra vita è un lungo susseguirsi di pulizie, grandi e piccole, di ogni tipo. Ogni giorno puliamo qualche parte della nostra casa, ogni settimana carichiamo qualche lavatrice, una o due volte a settimana laviamo i capelli… insomma una gran parte della nostra esistenza viene impiegata per pulire qualcosa.

Probabilmente questo fa parte della natura decaduta in cui siamo immersi e di cui siamo parte. Qualunque cosa andiamo a pulire, dopo un tempo più o meno lungo si sporca di nuovo. La polvere che entra nelle nostre case è un fenomeno inarrestabile. Più spolveriamo, più la ritroviamo già due giorni dopo. Quante volte ho maledetto tutto questo! Godere soddisfatti del risultato raggiunto e sapere che dura meno di una rosa! Ma se questa è la miseria della condizione umana, terrena, perché facciamo così fatica ad accettare questa debolezza anche nel piano spirituale? Quante volte nelle mie Confessioni mi sono rammaricata, con tanto orgoglio e delusione di me stessa, di ripetere sempre gli stessi peccati? Conoscere una debolezza, cercare di raddrizzarla, e cento volte ripetere lo stesso peccato nel Sacramento? Ricordo che don Fabio Rosini nelle sue catechesi, parlando di questo ripeteva: “ma è naturale… sei tu!”
Dovremo dunque accettare, anzi abbracciare, la nostra realtà, perché è quella che Dio ha scelto per noi. Tra i talenti ereditati nascendo, ci sono anche dei difetti della personalità, che poi si uniscono a quelli derivati dall’ambiente familiare e dal male fatto e ricevuto. Ma questa è la creta da lavorare nel corso di una vita. Il lavoro di pulizia costante, di trasformazione virtuosa, e di vigilanza non avrà mai fine, e le mie costanti delusioni nascono dalla idea distorta che la vita spirituale sia un progressivo e inarrestabile lavoro di pulizia che con certezza, se è ben compiuto, porta alla santità. Sto vedendo che non è così. Non solo il lavoro non finisce con la santità, ma spesso va indietro, quello che è stato pulito si risporca, a volte tornando peggio di prima. Allora penso che la santità non sia un risultato finale, ma la costanza in questo lavoro. E capisco anche che la purificazione non è un lavoro che posso compiere solo con le mie forze e la mia volontà, ma che compie Dio quando vuole che faccia un piccolo passo verso di Lui. Inoltre vedo anche un altro elemento. Tutto questo lavoro sul male che è in noi, inevitabilmente porta dolore. Così come reca dolore il pensare al male fatto e a quello ricevuto. Se siamo molto sensibili, questi ricordi possono farci stare molto male. Chi sta troppo male farà bene a farsi aiutare da uno psicologo. Ma se questo dolore non ci paralizza, e resta come un sottofondo nel nostro spirito, impariamo a considerarlo come un bene prezioso, amico. È un dolore che non ci arreca danno, ma ci mantiene svegli, vigili, umili. Portiamo in noi un fango da lavorare, composto da terra, lacrime, semi, talenti… Del resto il seme, prima di germogliare, non marcisce nel fango? E Gesù, prima di ridare la vista al cieco, non ha spalmato fango sui suoi occhi? E Dio creando Adamo non usò forse del fango? Chiediamo allora al Signore la grazia di non cercare di sfuggire a questo dolore, ma di accoglierlo come un fango fecondo da lavorare in attesa delle gemme di primavera.

Autore

Daniela

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